Tutte le Notizie della categoria: "Dalle Università"

Alzheimer: individuato un nuovo bersaglio nella sostanza bianca cerebrale
Uno studio dell’Università di Milano apre a una possibile associazione tra livelli liquorali di  amiloide e danno della sostanza bianca cerebrale in pazienti affetti da demenza, sottolineando  l’importanza  della  mielina  in  una  malattia  da  sempre  ritenuta  primariamente  legata  alla  degenerazione dei neuroni nella sostanza grigia L’Unità Malattie Neurodegenerative dell’Università di Milano, Centro Dino Ferrari, e della Fondazione Ca’ Granda IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, diretta dal prof. Elio  Scarpini, ha pubblicato uno studio sul Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry che  dimostra una correlazione tra livelli di amiloide nel liquor e danno della sostanza bianca cerebrale  in pazienti affetti da demenza di Alzheimer. Con il termine “demenza” ci si riferisce alla perdita di funzioni cognitive, in particolare la memoria,  talmente grave da interferire con la vita quotidiana. La malattia di Alzheimer è la forma più comune  di demenza. Nel cervello di pazienti affetti da malattia di Alzheimer si osserva la deposizione della  proteina amiloide e la morte dei neuroni, localizzati nella cosiddetta sostanza grigia. Gli esami  radiologici mostrano, però, anche un danno della sostanza bianca, quella parte dell’encefalo che è  invece costituita principalmente dalla mielina, sostanza che avvolge i neuroni facilitandone la  comunicazione. La natura di tali alterazioni non è ancora del tutto chiara. L’obiettivo di questo studio – svolto in collaborazione con il Laboratorio di Genetica e Neurochimica  (diretto dalla dott.ssa Galimberti) dell’Unità di Neuroradiologia (diretta dal prof. Fabio Triulzi)  dell’Università di Milano ‐ Fondazione Cà Granda IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico,  e con il  ...

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L’andamento della mortalità per tumore in Europa nel 2018
Buone notizie per il tumore del colon‐retto, in calo del 7% dal 2012   In Europa gli andamenti favorevoli registrati per il tumore del colon‐retto sono uno dei principali  successi in ambito oncologico degli scorsi 30 anni; i ricercatori stimano che i tassi di mortalità per  questa neoplasia nel 2018 diminuiranno di circa il 7% rispetto ai tassi registrati nel 2012.  Diminuisce la mortalità per tumore della mammella, utero e ovaio, in aumento per il tumore del  pancreas e del polmone nelle donne. Annals of Oncology  In uno studio pubblicato su Annals of Oncology, una delle più importanti  riviste di oncologia, i ricercatori predicono che, anche quest’anno, i tassi di mortalità nell’Unione  Europea (UE) continueranno a diminuire rispetto al 2012 per la maggior parte dei tumori. Le  uniche eccezioni sono il tumore del pancreas e il tumore del polmone nelle donne.    Il professor Carlo La Vecchia dell’Università Statale di Milano afferma: “Il tumore del colon‐retto è  una delle più comuni cause di morte per tumore fra i non fumatori sia negli uomini che nelle donne.  La diminuzione di mortalità per questo tumore, che abbiamo predetto per il 2018, è uno dei più  grandi successi nella storia dell’oncologia clinica. Questa diminuzione dei tassi di mortalità in  Europa non è conseguenza di una singolo fattore, ma è dovuta a miglioramenti nella diagnosi, cura  e gestione della malattia”.  Nelle loro stime di mortalità per tumore nell’UE per l’anno 2018, Carlo La Vecchia e i suoi colleghi  dall’Italia, Svizzera e Stati Uniti d’America, stimano che il tumore del colon‐retto causerà 177.400  morti (98.000 negli uomini e 79.400 nelle donne), il secondo più alto numero di morti stimate dopo  il tumore del polmone. Il numero di morti è più alto rispetto al 2012 per l’aumento della popolazione  anziana; tuttavia, rispetto al 2012, i tassi standardizzati per età diminuiranno per gli uomini del 6.7%,  raggiungendo un tasso predetto di 15.8 ogni 100.000 uomini e per le donne del 7.5%, raggiungendo  un tasso di 9.2 ogni 100.000 donne.I ricercatori hanno analizzato i tassi di mortalità per tumore nell’Unione Europea in generale (28  Stati membri) e singolarmente nei suoi sei paesi più popolosi ‐ Francia, Germania, Italia, Polonia,  Spagna e Regno Unito ‐ considerando i tumori nel loro insieme e singolarmente per i principali:  ...

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Dallo studio dei danni dei raggi solari un possibile nuovo approccio per trattare i tumori
L’esposizione ai raggi solari e ad alcuni agenti chimico‐fisici, ad esempio  diversi chemioterapici, danneggia il nostro DNA distorcendo la doppia elica Uno studio dell’Università Statale di Milano identifica una famiglia di proteine che aiuta la  riparazione del DNA senza accumulare alterazioni cromosomiche, prevenendo morte cellulare e  instabilità genomica    Uno studio dell’Università Statale di Milano L’esposizione ai raggi solari e ad alcuni agenti chimico‐fisici, ad esempio  diversi chemioterapici, danneggia il nostro DNA distorcendo la doppia elica. Le cellule reagiscono  cercando di rimuovere la lesione nel modo più rapido ed efficiente, per evitare di andare incontro a  un’instabilità del genoma. Da tempo si è osservato che in seguito a queste esposizioni le cellule accumulano rotture del DNA  che causano alterazioni della struttura dei cromosomi e possono portare allo sviluppo di tumori  oppure a morte cellulare, ma l’origine di tali rotture restava ad oggi sconosciuta. Il gruppo di Sarah Sertic e Marco Muzi Falconi dell’Università Statale di Milano, grazie al sostegno  di AIRC, ha studiato i meccanismi molecolari della riparazione dei cromosomi e ha identificato come  le cellule rispondono a un tipo di danni al DNA molto pericoloso, chiamato in inglese “closely  opposing lesions” (COLs). Queste lesioni non sono riparabili in modo rapido ed efficiente dai  normali meccanismi di riparazione del DNA e vengono aggredite da una proteina specifica, EXO1,  che comincia a degradare il cromosoma. Questa attività di degradazione ha un aspetto positivo:  allerta la cellula del problema e di avvia la riparazione delle COLs. Di contro, se EXO1 viene lasciata  agire in modo indisturbato degrada il DNA in maniera incontrollata, portando alla rottura dei  cromosomi. L’articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Molecular Cell identifica una famiglia di proteine, le  DNA polimerasi translesione, che, limitando l’attività di EXO1, fanno sì che le cellule riescano a  ...

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I nuovi elettrodi tatuabili sul corpo con inchiostri biocompatibili
Gli elettrodi utilizzabili per elettrocardiogrammi e altri test diagnostici vengono realizzati con  una stampante a getto di inchiostro e possono monitorare i pazienti per lunghi periodi di tempo   Il team di ricerca del centro IIT di Pontedera guidato da Francesco Greco, ora Assistant Professor all’University of Technology di Graz (Austria) e in collaborazione con Virgilio  Mattoli, insieme al gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Milano coordinata da Paolo  Cavallari e al team di Christian Cipriani della Scuola Superiore S.Anna di Pisa, hanno implementato  la tecnica attraverso la quale è possibile stampare elettrodi direttamente sulla carta dei tatuaggi  trasferibili, mediante  stampante a getto di inchiostro che utilizza inchiostri in grado di condurre  l’elettricità, organici e compatibili con la pelle. Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Advanced Science, permette di compiere grandi passi avanti in diverse tecniche di elettrofisiologia usate frequentemente come l’elettromiografia e  l’elettrocardiografia. In particolare, unendo l’idea di Francesco Greco di usare la tecnica dei tatuaggi trasferibili per  applicare gli elettrodi sulla pelle, all’esperienza nel campo bioingeneristico di Christian Cipriani e  all’approccio medico di Paolo Cavallari, sono stati realizzati nuovi sensori ancora più sottili e leggeri  in cui connessioni e interconnessioni esterne sono integrate direttamente nel tattoo. I nuovi elettrodi sono flessibili, in grado di aderire alla pelle conformandosi alle sue rugosità e  realizzabili nella forma che meglio si adatta alle asperità dell’area del corpo dove devono essere  applicati per poter rilevare con miglior precisione il segnale elettrico di interesse, potendo essere  applicati anche in parti del corpo un tempo impensabili, ad esempio sul volto. Si tratta di sensori asciutti, che riescono a trasmettere correttamente il segnale elettrico per 3 giorni,  a differenza dei normali elettrodi che necessitano di un gel per interfacciarsi con la pelle e che  mantengono la loro efficienza al massimo per 8 ore prima di asciugarsi. Al termine dell’utilizzo i  nuovi sensori vengono lavati via con acqua e sapone, proprio come i comuni tatuaggi temporanei. Inoltre,  i  nuovi  sensori  rappresentano  ...

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